L'insopprimibile passione del volo

Ernesto Campanelli, l’intrepido aviatore oristanese famoso negli anni Venti e Trenta

Ernesto Campanelli

Nato a Nuoro, si trasferì giovanissimo nella città arborense di cui divenne figlio adottivo. Passato dalla Marina all'Aviazione, nel 1925 prese parte, come maresciallo motorista, al raid Italia-Giappone e ritorno sull'idrovolante pilotato da Francesco De Pinedo. L'impresa, che ebbe risonanza mondiale, gli conferì grande prestigio. Negli anni successivi, prese parte ad altre importanti trasvolate e, nel 1933, oramai colonnello, collaborò attivamente alla crociera del "Decennale". Durante il secondo conflitto mondiale, comandò alcune scuole e morì in seguito ad un investimento il 18 luglio 1944. Frugando tra manoscritti e vecchie carte ingiallite dal tempo alla ricerca di personaggi della Oristano che fu, siamo andati a rileggere la storia fatta dì perizia e di ardimento che sul finire del 1925 infiammò tutta l'1talia. Protagonisti, il marchese Francesco De Pinedo e il maresciallo d'aviazione oristanese Ernesto Campanelli. Un lungo articolo apparso qualche anno fa su una rivista della Nato ha rifatto la storia del raid transoceanico Italia-Giappone e ritorno compiuto su un idrovolante a scafo centrale (Savoia Marchetti s.16 Ter con motore Lorraine)per complessive 370 ore di volo nell'arco dì sei mesi, e conclusosi il 7 novembre 1925 (settantadue anni fa), quando il "Gennariello" (così era stato battezzato l'aereo) arrivò a Roma. I due piloti ricevettero un'accoglienza calorosa da veri "eroi". Ammararono sul Tevere, attesi da migliaia di spettatori e accolti da Re Vittorio Emanue1e III e dal capo del Governo, Benito Mussolini.

Mentre si conosce molto bene la biografia del marchese Francesco De Pinedo, è meno nota quella di Ernesto Campanelli del quale per la verità si è scritto sempre molto poco. Ad Oristano ha ancora molti parenti: la sorella Ernestina e vari nipoti tra i quali Valdemaro geloso custode di questa bella storia di fumiglia. Sino ad alcuni anni a Roma viveva il fratello Egidio, anche lui maresciallo montatore dell'Aeronautica, che nel 1933 prese parte alla celebre Crociera del "Decennale", I figli di Ernesto Campanelli, Iside, Augusto Bernardo e Andrea, vivono invece a Napoli.

Ernesto Campanelli nasce a Nuoro nel 1891. Il padre Vittorio, un commerciante in tessuti, di Pozzomaggiore, gestisce ad Oristano l'illuminazione pubblica a petrolio; mentre la madre, Giovanna Dessi, è nata a Silì. Dal loro matrimonio nascono ben 12 figli, ma l'unione abbastanza travagliata non dura a lungo perché alla fine si giunge alla separazione.

La signora Giovanna non perdonò mai al marito di aver perduto l'appalto dell'illuminazione pubblica, e quindi la principale fonte di sostentamento per la famiglia, essendosi impegnato a sostenere finanziariamente la campagna elettorale di un amico che intendeva diventare deputato.

Tuttavia, nonostante le notevoli difficoltà economiche la signora non si perde d'animo: apre un bar nella centralissima piazza Roma e alleva la numerosa prole senza chiedere aiuto a nessuno e soprattutto senza mai recedere dalla sua decisione.

Gennariello A 17 anni Ernesto Campanelli si arruola volontario in Marina. Da prima imbarcato, all'inizio della 1^ guerra mondiale lo troviamo motorista in una base pugliese di idrovolanti. Viene descritto come un ragazzo vivace, buono, generoso e molto modesto. Qualità che non sì offuscheranno neppure quando sarà all'apice della notorietà. Campanelli passa dunque dalla Marina all'Aviazione; come accade allo stesso De Pinedo. In questo contesto tra i due nasce una lunga e fraterna amicizia. Entrambi, infatti, nutrono una sconfinata passione per il volo.

Siamo negli anni Venti, e l'Aeronautica Reale Italiana sta muovendo i primi passi e tutto il mondo è attraversato da un grande spirito d'avventura.

Nel 1922 due ufficiali portoghesi, il capitano Cabral e il vice ammiraglio Countinho volano a tappe da Lisbona a Rio de Janeiro, dando vita alla prima trasvolata del sud Atlantico. L'anno dopo, due piloti americani, Kelly e Macready, compiono il primo volo senza scalo da New York a San Diego. Nel 1924 due aerei Douglas "World Cruisers" portano a termine il giro del globo con un percorso di ben 26 mila miglia. Nel 1925, infine, due anni prima che Charles Lindberg si renda protagonista del primo volo senza scalo attraversando l'Atlantico, De Pinedo e Campanelli effettuano la trasvolata dall'Italia al Giappone e ritorno.

De Pìnedo voleva rendersi conto se fosse stato possibile compiere il giro del mondo con un idrovolante, mezzo da lui considerato ideale per collegare quasi tutte le città situate in prossimità del mare o vicino ai fiumi. Da qui la scelta dell'itinerario Italia-Giappone e ritorno. Il buon marchese non immaginava allora quanto si sarebbero sviluppati nei successivi sessant'anni i collegamenti aerei e tantomeno pensava che in un'epoca distante ma non remota centinaia di Jumbo Jet avrebbero solcato quotidianamente i cieli.

L'impresa che i due spericolati aviatori accingono a compiere elettrizza l'opinione pubblica Italiana, mobilitata dalla stampa che batte la grancassa. Un tam tam che vale a convincere anche il Governo che, inizialmente, appare piuttosto scettico sull'esito del raid.

Campanelli e De Pinedo L'avventura di De Pinedo e Campanelli inizia il 20 aprile del 1925 da un aeroporto dell'Italia Settentrionale, quello piccolo di Sesto Calendo, in una giornata piovosa. L'idrovolante non è dotato dì cabina coperta ed è privo di qualsiasi congegno che possa confrontarsi con i sofisticati strumenti in uso attualmente. Il "Gennariello" non ha neppure la radio. Dispone soltanto di una bussola per la cui lettura, durante i voli notturni, i due piloti devono ricorrere a un curioso marchingegno: illuminano il quadrante con i raggi della luna. Beninteso, quando ciò è possibile.

De Pinedo possiede una grande esperienza aeronautica. Ha effettuato trasvolate per circa 7 mila chilometri sulla terra, 8 mila sul mare e 30 mila luogo le coste; pertanto, una valida garanzia per il buon successo dell'operazione eh si preannuncia irta di problemi. Il lunghissimo  viaggio conferma le previsioni: 80 ammaraggi molte soste (Italia, Medio Oriente, India, Persia, Indonesia, Australia, Filippine, Nuova Guinea, Cina e Giappone) e tantissimi episodi, alcuni dei quali gustosi: ad esempio il grosso pericolo per i due aviatori in una foresta della Nuova Guinea infestata dai cannibali.

La coppia si è divisa i compiti: De Pinedo pilota con consumata abilità e Campanelli, da perfetto motorista, risolve i problemi pratici del volo. La sua eccezionale competenza in campo meccanico si riversa tutta sul motore che aveva spesso bisogno di riparazioni. Cosi quando l'aereo si trova senza olio, a Bummagude (India), Campanelli si aggiusta alla meglio acquistando olio riciclato in un bazar. Inoltre, è costretto
più volte a riparare il serbatoio dell'olio usando addirittura una padella di rame sottratta ad un militare inglese. Nell'isola di Amboina (Pakistan) vince pure una scommessa con un sottoufficiale olandese, smontando e rimontando in 12 ore il motore dell'aereo. Ma l'episodio più straordinario è certamente quello capitato in volo, quando la coppa del radiatore comincia a staccarsi. Campanelli non esita un istante esce dall’aereo e tiene uniti i vari pezzi. Cosicchè, De Pinedo può ammarare felicemente a dispetto di tutti gli ostacoli, il raid procede con regolarità e ad ogni tappa importante i trasvolatori ricevono calorosissime accoglienze. Diventa famoso anche il "Gennariello", così chiamato in onore di San Gennaro, e che reca nella fusoliera alcuni versi di una famosa canzone napoletana: "Funicolì, Funicolà", “jamme, jamma ncoppa jamme jà”. Conclusa l'impresa i due aviatori vengono premiati con una prestigiosa decorazione: la Medaille Militaire d’oro.
De Pinedo e Campanelli, popolarissimi e onusti di gloria, potrebbero ritirarsi a vita privata e magari rivolgere la loro attenzione a iniziative concrete in termini economici. Ma l'amore per il volo li induce ha restare in Aviazione. De Pinedo, promosso generale, tenta di superare se stesso, e nel 1933 parte da New York diretto a Bagdad per battere un nuovo record nel volo senza scalo.

Si tratta della sua ultima "avventura". L'aereo si incendia nella fase di decollo e De Pinedo non scampa a una morte atroce.

Gennariello Quanto a Campanelli, il successo del raid rafforza nel trasvolatore oristanese la convinzione di poter instaurare finalmente un regolare collegamento aereo tra la Sardegna e la Penisola, e a questo progetto lavora con impegno. Il suo costante interessamento crea presupposti per l'attuazione di questa idea che si concretizza il 21 aprile del 1928, quando un "S.55" della SAM dà il via alla linea Ostia-Cagliari.

Il nome di Campanelli torna alla ribalta tra il marzo e l'agosto del 1926 attraverso le corrispondenze dei giornali americani. Il motorista oristanese risulta, infatti, disperso con altri due compagni (l'aviatore argentino Olivero e il miliardario statunitense Dugand) durante un raid tra New York e Buenos Aires a bordo di un idrovolante "S.59" Savoia Marchetti. I genitori del miliardario americano spendono somme ingenti per le ricerche mobilitando mezzo mondo. Finalmente dopo 80 giorni, i tre vengono ritrovati sani e salvi sull'aereo alla deriva nell'immensa foresta del Rio delle Amazzoni.

Successivamente Campanelli partecipa ad altri grandi raid: crociere del Mediterraneo occidentale (1928) e del Mediterraneo orientale (1929), trasvolata Italia-Brasile (1930). Infine, tre anni dopo, con il grado di colonnello, viene incaricato di organizzare, nella base canadese di Shediac, l'assistenza agli aerei italiani che partecipano alla già menzionata crociera del “Decennale".

Per la prontezza nel soccorrere un idrovolante ammarato per avaria durante il volo da Shediac a Shoal Harbor, riceve in premio un orologio da Italo Balbo, comandante della spettacolare trasvolata.

Negli anni successivi, le notizie su Campanelli diventano sempre più rare. All'inizio degli anni Quaranta, dirige a Capodichino (Napoli) la scuola motoristi dell'Aeronautica e, più tardi, riveste lo stesso incarico a Cecina (Livorno) e Firenze.

L'armistizio dell'8 settembre 1943 lo trova nell'Italia centrale dove attende con impazienza l'arrivo degli Alleati per riuscire a riprendere i contatti con la famiglia che vive a Napoli. Alcuni giorni dopo la liberazione della Toscana, Campanelli si fa prestare una moto per raggiungere il capoluogo campano.
Quando mancano soltanto 98 chilometri alla fine del viaggio, nei pressi di Formia una camionetta militare francese lo investe, ferendolo gravemente.

Ricoverato in ospedale, gli riscontrano soltanto fratture al femore ed al braccio. Non guarirà perché un embolo ne arresta il cuore. Ernesto Campanelli muore il 18 luglio 1944.

Una strada a lui intitolata nel quartiere di “Sa Roadia” ricorda agli oristanesi le gesta di questo intrepido concittadino.

di Beppe Meloni
(da Sardegna fieristica / APRILE-MAGGIO 1997)

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Commenti

Bellissima la storia di Ernesto Campanelli! Vorrei avere io un parente così prestigioso!

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